Recensione su “Frammenti del fuoco” di Pasquale Napolitano

Recensione di Bonifacio Vincenzi su “Frammenti del fuoco” di Pasquale Napolitano pubblicata sul blog viadellequerce.blogspot.com

“Il libro ci rinvia a un solo libro: quello della nostra lettura. Avendolo letto, non avremo condiviso niente, ma avremo tenuto tutto per noi o concesso tutto senza contropartita. Secondo l’esempio soverchiante di Dio.
“Come leggere una pagina già bruciata in un libro che brucia, se non facendo appello alla memoria del fuoco”, diceva un saggio.
E aggiungeva: la traccia lasciata da un libro, forse, è soltanto un persistente odore di istanti bruciati . Il tempo necessario a un mucchietto di cenere, per finire di consumarsi, varia secondo la sua durata.
Diceva ancora: La fiamma si ricorda solo della fiamma. Così il patto col libro non è che il patto segnato dal fuoco. Il nome muore per primo.”
Nella prova di vivere profondamente la vita di questa raccolta di poesia di Pasquale Napolitano, Frammenti del fuoco, edito da Aljon Editrice, queste parole iniziali di Edmond Jabès rappresentano certo, nella loro oscura esigenza di manifestarsi non tanto per farsi intendere, ma quanto di farsi sentire appieno dentro di noi, un buon esercizio per apprestarsi alla condivisione.
Poi il libro di Napolitano ci accoglie nel suo mondo di carta e di segni, nella sua vita che traspare lungo il viaggio dello sguardo.
È ogni istante del libro è lì, sulla pagina, che attende visitatori sconosciuti ma sempre ben accetti per viverne il senso e l’anima che lo alimenta.
È un libro splendido perché specchio di una vita e di un percorso.
È un libro che nutre lo spirito e la parola è sempre carica di un mistero, mai oscuro, ma rivelatore del qui e adesso, uguale e sempre diverso, nella consapevolezza che se si guarda col cuore il mondo non può che vedere se stesso… Leggiamo:
Quel lama tibetano
o, forse, monaco trappista
o guru hymalaiano,
non diede risposte,
ma disse:
“Fratelli son parte del gioco.
Tra le tante
ho imboccato una porta:
tener vivo il sentiero
dell’accettare le cose
così come stanno”.

Come a dire io non cerco ciò che voglio, ma ciò che mi accade. E sono infinitamente in ciò che mi accade perché qui e adesso io sono: ieri non esiste più, oggi si consuma nelle grafie del respiro dell’istante, domani non esiste ancora.
Ogni poesia di Napolitano è qualcosa di più anche quando ci consegna istanti privati. Come in questa poesia a pag. 23:
Si va cercando una sintonia
con la stagione che cambia,
con i segni lasciati da altri,
con i vasti modi
d’intendere la vita:
una lanterna
sospesa tra i rami di un pero,
una carriola
adattata a fioriera,
un orto
rigato a pentagramma.
Tra le ultime pannocchie
giostra una girandola
e nostra figlia Paola che dice:
“Anch’io papà voglio
catturare il vento”.
Ma certo, dolce mia.

Da qui con Confucio dire:
“E’ necessario conoscere il punto dove bisogna fermarsi, il punto al quale arrivare. Conoscendolo, si ha la tranquillità. Avendo la tranquillità, si ottienila pace. Ottenendo la pace, si possono prendere le decisioni. Potendo prendere le decisioni, si può agire.”
Si respira aria di pace in questo libro di poesie.
Una pace cercata ovunque gli occhi non guardino distratti.
Misurata con il senso e il sapore delle cose.
Mai rincorsa.
Neppure attesa.
Nessuna forzatura nell’accoglierla.
Ma semplicemente respirata sotto l’ombra di una grande statura morale.
E poi l’incontro con la poesia. Naturale, una lezione di armonia nel canto della vita e della pagina.
Ma è sempre il fiore dell’anima ad aprirsi. E porta fiducia, certezza, sapienza.
A pag. 39 leggiamo:

Scrivo
le poesie
che avrei voluto leggere.
Da Pablo
le poesie
che avrei voluto vivere.
Solo di vissuto
scrivo.

La scrittura. La lettura. La vita. Un grande poeta: Neruda.
“La leggibilità – direbbe ancora Jabès – ha i suoi limiti. Solo sui nostri occhi, sulla nostra intelligenza possiamo contare, per tentare di cogliere ciò che lo scritto contiene; solo attraverso i limiti insopportabili di una parola letta possiamo accostare l’infinito di una parola da leggere. Sicchè è sempre contro una parola impossibile che urtiamo; e a cui sacrifichiamo la nostra.”
E qual è questa parola impossibile, quale se non quella che parte da un silenzio puro, da un ascolto teso che fa emergere le vibrazioni, i ritmi, i polsi delle cose?
Napolitano è del suo vissuto che scrive che non è mai ordinario.
Il clamore del mondo non soffoca la sua voce interiore. Vede con i suoi occhi e con il suo cuore. Sa cogliere l’aura spirante dalle persone e dai luoghi. Ha imparato a vivere sapendo che questa lezione non gli servirebbe a nulla se appesantisse la sua anima.
Con Confucio ancora direbbe:
“ So che la norma non può essere spiegata. Gli uomini elevati vanno oltre ad essa, gli immeritevoli non giungono a capirla. Non è forse vero che tutti gli uomini possono mangiare e bere, ma soltanto pochi sanno capire ciò che ha sapore?”
C’è una poesia che amo molto in questi Frammenti del fuoco ed è quella a pag. 24. Recita così:
Non sono questi
i versi di domani,
quelli
navigano ancora
dentro altri inchiostri,
verso altri fogli,
portati, forse,
da altre mani.
Non sono queste
le nuvole che verranno,
quelle
dormono ancora
nella bocca dei pesci,
e sono onde
che sanno di sale.

Presente e futuro sono qui raccolti. Tutto è vivo qui. Ciò che non si vede e ciò che si vede. Ciò che accade e ciò che accadrà.
Il poeta sembra suggerirci: ci sono io e c’è il mondo, siamo onde dello stesso mare. Siamo quel mare. In quando onda possiamo anche illuderci di essere qualcos’altro, ma mai smetteremo di essere quel mare.
Anche l’opera di Francesca Rizzuto, Percorsi casuali, pubblicata sulla copertina del libro riesce a cogliere a pieno, nel suo mistero questo incontro di anime, di mondi, come a ribadire la forza e la grandezza di questo mare che contiene tutto e il contrario di tutto, perché il senso della vita sta fuori e dentro di noi, nel cuore di un evento interiore uguale e diverso che nasce, vive, muore, rinasce quando lo spirito, la pura capacità testimoniale nell’uomo, si eleva al di sopra della psiche e dei relativi condizionamenti corporei.
Per concludere, parafrasando Blanchot, se ritenessimo utile sintetizzare in pochi tratti essenziali la forza della poesia di Pasquale Napolitano e dell’arte di Francesca Rizzuto, potremmo accontentarci di dire, che in loro c’è questa parola e questo sguardo futuro, impersonali e sempre a venire, là dove, nella decisione di un linguaggio nascente, ci viene comunque parlato intimamente di quel che a noi prepara il destino più prossimo e immediato. È per eccellenza il canto del presentimento, della promessa e del risveglio – non che sia Napolitano che Rizzuto esprimano quel che sarà domani, né che in loro ci sia rivelato con chiarezza un avvenire felice o infelice , ma soltanto il collegamento, nello spazio del presentimento della parola, dell’immagine al loro corso per trattenere con fermezza la nascita di un orizzonte più vasto.
L’avvenire è raro ed ogni giorno che viene non è un giorno che inizia.
E ancora più rara è questa parola poetica, che nel suo silenzio è riserva di una parola a venire e ci volge sia pure nel momento supremo di una fine, verso la forza dell’inizio.

Bonifacio Vincenzi