Intervista ad Anna Maria Farabbi di Emilia Sirangelo

apparsa sul blog ilsognodiorez.blogspot.com

anna_farabbi11) Salve A.M. Farabbi, sono qui per rivolgerle alcune domande sul suo lavoro intitolato “La luce esatta dentro il viaggio”, che ha recentemente inaugurato la collezione di poesia al femminile “Il Roseto di Kisgas”, edito da Aljon Editrice. Desidererei cominciare ponendole una domanda banale, ma, a mio parere, basilare: cosa è la luce esatta dentro il viaggio?

Lei mi chiede e io cortesemente non le rispondo. Se non rimandando a lei un altro viatico poetico, un altro strumento con cui poter entrare e ricevere la mia poesia. Non posso dirle che cosa è questo o quello al punto da descriverle, narrarle, fotografarle le sorgenti della mia interiorità e i segni della mia poetica. Perché banalizzerei e la offenderei. Pensi, o meglio senta – impariamo a vivere questo verbo interamente facendo pratica – , di trovarsi in movimento dentro un’esperienza. E senta di sé stessa il petto come il luogo del corpo che riceve la luce del giorno. Che la riceve e l’attraversa e ne è attraversato. E tutto questo non come un’ustione ferente ma come potenziamento, energia orientata. Lo sanno bene i camminatori, gli scalatori, i marinai, i conduttori di carovana, i mistici.

il-roseto12) La luce esatta, ovvero, ciò di cui avvertiamo esigenza, riusciamo a coglierla con l’atto dell’attraversamento , accogliendo “in toto” ciò a cui abbiamo deciso di andare incontro, la terra straniera, ma rimanendo ben saldi alle proprie radici. Non a caso il viaggio dell’uccello parte da una posizione di saldatura al terreno, per concludersi con un ritorno al punto di partenza. E allora le chiedo se il tema predominante è il viaggio come processo di arricchimento di sé.

Sì. Crescita interiore comunque e ovunque.

3) Nel brano intitolato “Introduzione al mio viaggio namibico”, lei afferma che per poter “assorbire un territorio bisogna averne sete”, ecco allora le chiedo perché tanta sete per un territorio come la Namibia. Inoltre, nel stesso scritto sostiene che esplorando il territorio meta del viaggio, esploriamo anche quella parte di noi stessi che ci ha spinti a intraprenderlo. Quale parte di lei ha messo in gioco?

La sete che ho cantato è passata per la mia gola mentre stavo vivendo la Namibia. Ma ho camminato molte altre terre, molti altri pavimenti, molti altri tappeti, con simile febbrilità, desiderio, disposizione, urgenza. Il canto accade per grazia e ci può toccare in una qualunque terra del mondo. E ancora una volta non so e non posso risponderle direttamente al suo perché. La vita per me è intera. Intero il corpo dentro cui vivo. La poesia è per me una delle mie espressioni, non l’unica. Ciò che io nomino poesia è l’intimità drammatica in cui io sento la vita, la medito, e la esprimo. Poesia che mi è dentro e che mi esce dal corpo anche se non scrivo. Uno stare al mondo, interamente. In rigore e passione, sensoriale comportamentale e verbale. Questo va al di là del mettersi parzialmente in gioco, o con una qualche percentuale misurata. Per ridurre all’osso la visibilità della mia risposta, le dico che sono fuori dal gioco letterario, con tutto il mio corpo e con tutto il mio spirito.

4) Il fine ultimo del viaggio è la ricerca di questa luce o è una scoperta avvenuta “in itinere”?

Il viaggio non ha unicità di meta, secondo me. E per ciò che io intendo viaggio ho da anni eliminato il verbo cercare. Inseguire. Tornando all’immagine iniziale del petto, c’è in me una coniugazione permanente con la luce. Nella notte camminatori, scalator,i conduttori di carovana, ciechi lavorano per e nell’orientamento. Vorrei che mi interpretasse in queste risposte in assoluta assenza dalla retorica e dalla sublimazione. Se cito scalatori e camminatori ho in mente anche – perché anche questo è viaggio – persone inabissate da giorni, mesi nel letto di un ospedale o altro. Si tratta di essere presenti a noi stessi e al tempo stesso coniugati al creato. In questa coniugazione permane la luce.

5) Come lei ben sa, i suoi scritti hanno ricevuto una rilegatura molto particolare, raccolti in un libretto intimo dalla copertina in rame. Cosa pensa del progetto ideato e realizzato dall’artista Francesca Rizzuto?

Comincio dal rame. Rame è metallo che fa tremare: penso alla città di rame. La fiaba labirintica. Dopo il settimo viaggio di Sindbad. Dalla bocca di Shahrazad dentro il buio della 556 notte. Penso alla simbologia cosmogonica dei Dogon, principio vitale dell’acqua e simbolo della vegetazione. Negli atzechi il rosso e il verde del rame esprimono la totalità della forza vitale tra sangue e vegetazione, appunto. Così nei Bambara… e penso alla signora della montagna di rame degli Urali. Aver scelto questo metallo su cui scrivere in rilievo una rosa, con petali quasi in centrifuga, è un segno potente, preciso nella sua profondità e proiezione. L’annunciazione colta della collana, Il roseto di Kisgas, moltiplica ancora di più gli echi della risonanza di questa scultura su cui si deposita la mia scrittura. Amo i due anelli che custodiscono questa opera, preziosi quanto il logo sul retro. La scelta del bianco sul nero della carta densa e porosa e il passaggio opalescente delle due veline di apertura e chiusura. Ringrazio Francesca Rizzuto. Mi auguro di incontrarla per aprire a lei la mia riconoscenza, a lei e a chi mi ha chiamata per essere ospitata nella casa di Aljon. A lei, Emilia, che ha avuto l’attenzione e la pazienza di vivere il mio lavoro e il mio esserle qui, a fianco, ora.